film roll
welcome to a world of light
argentine • brasil
siam
vietnam
japan
caucasus
cuba
jordan
Poland
senegal
credette a lungo che sconfinare fosse una necessità imprescindibile per un’esistenza nobile che annientasse la noia e conferisse alla vita una certa bellezza pudica, illibata. fu così che nacque quel moto incessante che lo condusse sulle rotte più remote, sulle montagne più alte e lungo i fiumi dalle acque cristalline o colorate da macarenae clavigerae e fondali muschiosi; venne alimentato da numerosi spostamenti - cifre imponderabili - che comportavano certi spaesamenti deliziosi, dei piccoli giramenti di testa, un ebbrezza sobria che sballava, ghirigori di pensieri iridescenti nella testa, e nel cuore tanta speranza.
un giorno, poi, iniziò ad accusarne la stanchezza, sviluppatasi a seguito di una perdita di entusiasmo nei confronti del mondo, nei confronti delle vite delle popolazioni delle terre più sperdute del globo. Non aveva più interesse nello scoprire, nel viaggiare, nel deliziarsi delle prelibatezze endemiche, il suo stesso desiderio di vivere a lungo per fare grandi cose si era piano piano smorzato. aveva perduto anche la voglia di parlare, un giorno era tornato e pareva avesse lasciato tutte le parole altrove, senza ricordare bene dove. aveva perso le parole e la speranza.
nessuno capì mai il perché! sicuramente era successo che ad un certo punto della sua vita qualcosa si era infranto, come un filo reciso, spezzato irrimediabilmente. da quando era tornato comunicava solo tramite alcuni cenni della testa ed altri gesti delle mani; spesso roteava le spalle con una certa linearità, come a sgranchirsi la schiena per le troppe notti spese su pavimenti di case di qualche amico – se era fortunato – o, altrimenti, su qualche cartone appoggiato nei bui anfratti dei suoli cittadini. passava il tempo sulla veranda granulosa della piccola abitazione in cui era nato e da cui era partito all’età di 8 anni, appollaiato su un dondolo sbilenco a cui mancava l’asse che permetteva di dondolarsi, quindi stravaccato su quel cuscino sfondato che, in fin dei conti, era come star seduti di culo a terra. lì stava tutto il giorno, rispolverando un certo agio che la lontananza da casa non aveva mai obliato troppo, attendeva che il sole calava, e quando rientrava il sole si rintanava dentro, forse provava un odio per le notti o per le lune.
aveva sconfinato per una vita intera, e ora non superava il confine della sua veranda, né del giorno.
i più coraggiosi, che erano anche i più acuti, avevano osato ipotizzare che sconfinare e conoscere sono armi a doppio taglio, molto pericolose: gli sarà stato chiaro che in ogni angolo remoto, ad una certa ora del giorno, inevitabilmente occorre che accada qualcosa di ingiusto, presumibilmente malvagio.
ed in effetti, non era del tutto sbagliata come ipotesi. la sottigliezza del reale differiva di poco: quell’uomo aveva lasciato casa sua a causa di un certo disagio che provava nel vivere in quel luogo che considerava claustrofobico, e gli era capitato di bighellonare, di fermarsi e ripartire, e di stare bene, di sentirsi vivo, in ogni posto gli era capitato di sentirsi a casa, e comunque più a casa di casa. ciò gli aveva innestato una convinzione semplice e quasi banale che in seguito avrebbe poi demonizzato: stava bene ovunque ed in ogni posto, purché fosse lontano. la lontananza è una condizione umana che quell'uomo aveva assimilato egregiamente. la mia terra è dove poggio i piedi – ripeteva di continuo. questa sua visione globale del mondo, di un mondo senza confini, senza frontiere, dove tutto è uno e uno è tutto, fu la sua condanna.
una volta assimilato il concetto, la disarmante rivelazione dell’inutilità: non capiva più la necessità di spostarsi e di cambiare, di vivere alla giornata cercando impulsi. non c’è motivo di andare e scoprire un posto nuovo se il nuovo è vecchio e il vecchio è nuovo – si ripeteva. così capì che il suo stare bene in tutti i posti era un semplice non stare bene da nessuna parte, il suo sentirsi adagio ad agio celava un intrinseco disagio, il desiderio di lontananza era un bisogno di stare lontano da sé stesso, e il sentirsi a casa era solo una stupida mancanza di conoscenza.
capì che poteva sentirsi a casa ovunque e da nessuna parte si sentiva realmente a casa. e finì così, col tornarsene a casa, aspettando la nascita del sole alla mattina per uscire di casa e goderne il calore, aspettando la morte alla sera, ogni giorno, la sua e quella del sole. chissà se mai arriveranno.